La storia è sempre quella.

La storia è sempre quella.

Alle bombe stragiste dei servizi deviati, al terrorismo dei gruppi armati, oggi si sono sostituite altre

tecniche, meno truculente ma altrettanto efficaci per impedire il cambiamento e le necessarie riforme di

sistema. Ma molti non apprezzano il cambiamento, loro vivono bene in questa palude.

Ogni qualvolta si prova a cambiare, a mettere mano a privilegi, a intaccare il potere economico e

finanziario che si alimenta sullo stato di fatto, sulla arretratezza sociale e culturale del nostro paese,

scattano immediatamente le contromisure di quelle mille famiglie che vivono di rendita sulla nostra

complicata vita di sudditi e che decidono della nostra esistenza e del nostro futuro.

Purtroppo ho vissuto gli anni delle stragi di stato, degli anni di piombo, del terrorismo che determinarono

l’involuzione e la barbarie della guerra civile che costrinsero l’Italia ad un periodo di oscurantismo contro

chi invece lottava per una vita migliore. Oggi vedo la stessa situazione.

La memoria degli italiani è labile.

1973, inizio della crisi energetica dovuta sempre alla situazione mediorientale. Guerra del Kippur, attori:

Egitto, Siria, Israele. Il petrolio, sempre il petrolio.

1979, altra crisi energetica, ma stavolta lo shock petrolifero fu provocato dalla rivoluzione islamica in Iran e

dalla guerra tra Iran e Iraq di Saddam Hussein del 1980.

i problemi energetici divennero problemi di disoccupazione: l’energia fu la causa della crisi economica degli

anni settanta.

Il buio delle città, per la seconda volta in dieci anni, dopo la prima crisi del 1973, mostrava la dipendenza

delle importazioni di petrolio.

L’occidente capì bruscamente la necessità di autonomia energetica.

Sarà proprio il risparmio energetico, insieme al picco dello sviluppo nucleare, a permettere ai Paesi

Occidentali di trattare con il cartello OPEC, poiché gli emiri arabi investivano abitualmente nelle borse

occidentali.

L’obiettivo dell’Italia era quello di mantenere competitive le esportazioni, come oggi del resto.

Assistemmo in quegli anni alla radicalizzazione delle lotte sindacali, a una accentuata instabilità dei governi,

alla recrudescenza del terrorismo. I cambiamenti che interessarono l’Italia si dimostrarono deleteri

riaffermando il paese dei “cento comuni” con divisioni sociali, politiche, che fecero della precarietà politica

la nostra bandiera. Nessun orgoglio in noi, per chi potremmo essere se fossimo un popolo unito, ma

sappiamo dalla nostra storia che il motto “dividi et impera” per noi meschini è sempre adatto.

Noi italiani siamo geneticamente tarati per la forza centrifuga, per essere aizzati alla divisione e non al

dialogo, mai e poi mai alla unità di intenti, ad un sano orgoglio nazionale. Siamo dediti alla deleteria pratica

del dileggio, del cercare il nemico in casa, e basta un guitto che indichi la luna e noi tutti li, a belare.

Leggere, documentarsi, acquisire conoscenza , trovare soluzioni condivise, sembra utopia.

Citando il titolo, appare chiaro come la storia si ripeta.

Gli strumenti, le armi oggi a disposizione, per chi si oppone al cambiamento, non sono più le bombe ( a

quelle ci pensano gli jihaidisti di turno) ma strumenti appartenenti alla comunicazione e all’informazione, o

meglio alla disinformazione strutturata e permanente.

In un mondo iperconnesso, attribuiamo maggiore valore ai contenuti che si adattano bene al nostro modo

di pensare, scartando l’idea di riflettere e di verificare. Vale di più la struttura dei contenuti veicolati che i

contenuti stessi. Ecco dunque il sistema che si costituisce e si sostituisce agli “eversori materiali”, gli

architetti della comunicazione pervasiva sono li a progettare le macchine del fango che inondano la vasca

della nostra coscienza.

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